Mario Giolito

scrittore

Archivio per Racconti

E LA STORIA CONTINUA

 di Mario Giolito

Un ringraziamento particolare a mia sorella Silvia che, con le sue correzioni, ha reso possibile una lettura fluida e piacevole dei racconti.

I racconti sono stati scritti per descrivere episodi piacevoli e spiacevoli che si sono realmente verificati all’interno di un’azienda di servizi di medie dimensioni. Tutti gli episodi sono reali perché vissuti personalmente o perché mi sono stati riportati da  altri colleghi più anziani, magari con l’aggiunta di qualche dettaglio.

I nomi e i cognomi, per non offendere la sensibilità di nessuno, sono stati inventati.

Il titolo del libro “E la storia continua” vuole essere un incitamento ai colleghi giovani perché nasca in loro la voglia di proseguire questi racconti con nuovi episodi che sicuramente non mancheranno.

Mi scuso fin d’ora con le persone che in qualche modo  possono riconoscersi nel libro e ritenersi offesi; a volte,  le vicende, essendo raccontate da altri, sono state “colorate”  con  particolari di fantasia.

Neve al mare

(racconto tratto da “E la storia continua”)

Il Dottor Merlo, aveva ereditato dal padre una somma ingente di denaro e pertanto poteva considerarsi una persona ricca.

Possedeva, oltre alla villa di famiglia, una baita in montagna e un alloggio al mare in Liguria , ai confini con la Francia.

Quell’anno, per le vacanze natalizie, anche se le previsioni meteorologiche erano pessime, decise di recarsi al mare per godere dell’aria salmastra e di qualche sprazzo di sole.

La vacanza, anche se di pochi giorni, era trascorsa nel migliore dei modi e le giornate erano state fredde ma limpide.

Il Dottor Merlo, guardando la televisione, sentì che le previsioni annunciavano brutto tempo per il giorno successivo, con piogge intermittenti e nevicate a quote basse sulla pianura centro occidentale, a causa di una perturbazione di origine atlantica.

Decise pertanto di rientrare all’alba del giorno successivo, con l’intento di evitare il maltempo.

Partì nell’oscurità più assoluta, con la sua Mini Coopman diretto verso casa.

Purtroppo aveva percorso soltanto pochi chilometri di autostrada quando cominciò a nevicare, dapprima in modo  blando e poi via via sempre più intensamente.

Dopo diversi chilometri, arrivato in prossimità del Monte Turchino, i tergicristalli della sua Mini Coopman si bloccarono di colpo, forse a causa dell’uso continuato.

A quel punto per poter continuare il viaggio, fu costretto ad aprire il finestrino e togliere con le mani la neve che si accumulava sul vetro, procedendo a passo d’uomo sia a causa del freddo che  della scarsa visibilità; il suo intento era quello di raggiungere una stazione di servizio per la sostituzione del fusibile.

Dopo un’ora di strada in queste condizioni arrivò finalmente ad un distributore e lì spiegò il problema del tergicristallo.

L’addetto gli disse subito che non vi erano problemi e, tolto il fusibile bruciato, si recò in magazzino per cercarne uno funzionante.

Ritornò però con un’aria sconsolata: non aveva trovato il fusibile per la Mini che essendo fabbricata in Gran Bretagna, ne utilizzava di molto particolari che si potevano trovare solo presso le officine autorizzate.

Per il Dottor Merlo ricominciò il calvario in autostrada, ma per sua fortuna durante il tragitto la neve si trasformò in pioggia,  rendendo il viaggio un po’ meno allucinante.

Fu di ritorno a casa alle diciotto: per fare duecentoquaranta chilometri aveva impiegato quasi  undici ore!!!

Al lago con il gommone

(racconto tratto da “E la storia continua”)

Il dottor Merlo era un appassionato di nautica ed era solito frequentare località marinare e lacustri.

In quell’estate del 2004 si era recato al lago d’Orta, dove aveva perlustrato parecchie zone con il proprio gommone concedendosi una giornata di riposo e di svago invidiabili.

Con una calma che anche la quiete del lago aveva contribuito ad aumentare, verso sera, si recò a malincuore verso il pontile per l’attracco del canotto.

Fu molto fortunato in quanto trovò quasi subito un volontario: insieme issarono sull’apposito carrello il gommone, che fu agganciato nella parte anteriore con un verricello manovrato dal volontario, mentre il Dottor Merlo si portò nella parte posteriore con l’intenzione di spingere per facilitare la manovra.

Forse per colpa dell’eccessiva rilassattezza mise un piede in fallo e cadde, completamente vestito, nel lago, tra l’ilarità neanche tanto nascosta del volontario e dei passanti (si tenga presente che il lago d’Orta è una delle mete preferite in tutte le stagioni dai turisti piemontesi, lombardi e svizzeri).

Simulando una certa indifferenza guadagnò la riva e concluse in fretta, pur inzuppato fradicio, l’opera di attracco del gommone al carrello; estrasse poi dalle tasche tutti i documenti e li stese sul sedile del lato passeggero ad asciugare.

Essendo però completamente bagnato aveva la necessità di cambiarsi prima di salire in macchina; fortunatamente nel bagagliaio dell’automobile aveva un paio di vecchi pantaloni e una maglietta, ma gli mancava il posto per cambiarsi.

A quel punto gli venne un’idea brillante: prese un giornale che aveva in macchina e dispose tutti i fogli sui vetri, poi  cominciò a togliersi i vestiti bagnati fino a restare nudo come un verme e si rivestì con i vecchi pantaloni e la maglietta.

A casa dovette poi a malincuore confessare l’accaduto alla moglie.  

Strafalcioni

(racconto tratto da “E la storia continua”)

Il Signor Sete era stato assunto con le mansioni di fattorino tuttofare dell’azienda; era una persona con un linguaggio molto prolisso, una cultura piuttosto scarsa e un bisogno disperato di soldi.

Fin da subito si era dimostrato intraprendente, mettendo volentieri a disposizione dell’azienda le proprie conoscenze per risolvere i vari problemi che man mano si presentavano: mancanza di firme, moduli da compilare, volumi da rilegare, ecc.

In quegli anni il Signor Sete, con l’intento di ottenere miglioramenti economici, riuscì, iscrivendosi a corsi serali, a diplomarsi in ragioneria con il punteggio di 36/60; ciononostante il livello culturale non si innalzò minimamente e spassosi sono alcuni “strafalcioni” che pronunciò nel corso della sua lunga carriera lavorativa.

Tra quellI che ebbero più successo si ricorda:

“ Stan Bike” (Stand By)

“ Il codice di barre” (codice a barre)

“Il Kid per le porte” (kit per le porte),

”Non intende di volere” (Non vuole intendere)

“Le cose fatte altrui” (le cose fatte da altri)

“Con rito abbrevio” (Rito abbreviato)

 “Valore nunismatico” (Valore numismatico)

“Avere un’attrattività verso un’altra persona” (Essere attratti da un’altra persona)

“ Un nome che gli è venuto in mente in primis” (Un nome che gli è venuto in mente subito)

“Al primo acchito” (di primo acchito)

“ La mamma ti ha inculcato su quella strada lì” (La mamma ti ha orientato verso quella strada)

“ Nel fulcro dell’hard” (Al culmine dell’emozione)

“ Nesso e non concesso” (Ammesso e non concesso)

“ Col nesso del poi” (Col senno di poi)

“Le Pin Towers” (Twin Towers)

“ Le palcature per lavorare si mettono sottittalmente e paretalmente” (Le impalcature per lavorare si mettono vicino alle pareti e al soffitto)

 “ Andare a barcamenarsi l’un l’altro e litigare “ (scontrarsi l’un con l’altro fino a litigare)

“Da dora in avanti” (D’ora in avanti)

 “ Ha fintato la palla” (Fingere di calciare la palla)

“Nel lanciamento della palla” (Rilanciare la palla)

“Hibramovic” (Ibrahimovic)

“Quella è un’arma a due lame” (Un’arma a doppio taglio)

“Ha avuto uno sterco con sua moglie” (Ha avuto un alterco con sua moglie)

“Giassai in priore che non puoi mettere la macchina” (Sapere in assoluto di non potere parcheggiare)

“Impinguato nel traffico” (Intrappolato nel traffico)

“Non ci mettono né sale né pepe a portarti via la macchina” (Non ci mettono né uno né due a rubarti l’auto)

“Semafero” (Semaforo)

“Ho messo un quadro in bagno incontro allo specchio” (Ho messo un quadro in bagno vicino allo specchio)

“Il cotton floc” (cotton fioc)

“Il pelo slitta fuori dal prisma” (Il pelo salta fuori dal perizoma)

“A mo’ di breve arriva il commissario” (Tra poco arriva il commissario)

“Hanno un andazzo di lavorazione” (Lavorazione a rilento)

“Non voglio più battere un ciglio” (Non voglio battere ciglio)

“Di li ciò” (Conseguenza di ciò)

“Il garag è un due tramutato in uno” (Il garage a due posti è stato trasformato a 1 posto)

“ Hanno fatto una presa visione dall’alto” (Fare una panoramica dall’alto)

“Affronta le mani verso di te – (riferito al cane)” ( Se qualcuno alza le mani verso di te)

“ Intende a essere danneggiato per le mani” – (sempre riferito al cane)” – ( Se qualcuno intendesse alzare le mani verso di te)

Per un certo periodo di tempo il Rag. Sete fu anche addetto al centralino telefonico e la punteggiatura che utilizzava per lasciare messaggi ai colleghi “fuori stanza” era  molto personale.

Di solito lasciava appunti del tipo “Ha telefon.to ……………” : con il puntino aveva risparmiato una sola vocale e quindi tanto valeva far che scrivere “Ha telefonato  . . . . . . . . . . . .”.

Altre punteggiature utilizzate, erano “Ti ha cercato il Not.io   . . . . . . . . . . “ ; “Chiamare Simon.tta” ; e così di seguito.

A proposito del figlio era solito ricordare che il medesimo era “loquace nel mangiare” scambiando il termine “vorace” per “loquace” e poi anche “ha una bramosità verso questa macchina” nel senso che gli piaceva un certo tipo di autovettura.

Un giorno il Rag. Sete si recò alla sede dell’INPS, dopo essere stato opportunamente istruito dal Rag. Bergoglio, per richiedere informazioni sulla sua posizione pensionistica.

All’impiegato disse: “Io sono un lavoratore precario e voglio sapere quando potrò andare in pensione”. Ovviamente il funzionario dell’INPS gli spiegò che avendo un’occupazione precaria sarebbero dovuti passare ancora molti anni prima che potesse andare in pensione.

Ritornò sconfortato dal Rag. Bergoglio che capì immediatamente qual era stato il malinteso: anziché usare la parola “precoce”, ossia una persona che aveva cominciato a lavorare molto presto, come gli si addiceva, aveva usato la parola “precario” che significava tutt’altra cosa, soprattutto se riferito  all’attività lavorativa.

Dadi e bulloni

(racconto tratto da “E la storia continua”)

L’Azienda disponeva di un cortile privato che poteva contenere fino ad una ventina di autovetture per il parcheggio dei  dipendenti. Negli ultimi anni, a seguito dell’aumento del numero degli impiegati, il parcheggio era diventato un grosso problema.

Nel tentativo di porre rimedio a questa situazione, l’Ufficio Tecnico aveva provveduto a delimitare con strisce gialle venti posti auto che aveva assegnato secondo determinati criteri: il numero cinque, il più comodo e agevole, alla Signora Treventisette in quanto invalida, il numero uno al Direttore Generale, il numero due al Segretario Generale e i restanti numeri ai dipendenti tramite sorteggio.

La Direzione Generale, aveva escluso dalla possibilità di avere un posto auto riservato gli ultimi assunti, che dovevano accontentarsi di parcheggi di ripiego, il più delle volte impedendo ad altri di parcheggiare ai loro posti. 

Al Geometra Palazzini era capitato in sorte il posto numero otto mentre al Ragionier Panizza il posto numero tre, vicino al giardino, molto comodo sia in entrata che in uscita.

Un giorno del mese di ottobre dell’anno 1991, il geometra Palazzini arrivò in ufficio attorno alle quattordici, ma non potendo accedere al proprio posto auto, parcheggiò la sua vettura, una Renault 4 blu scuro, nel posto di spettanza del Rag. Panizza.

Alle ore quattordici e trenta arrivò  il Rag. Panizza che trovò il proprio posto occupato, ma, visto che vi erano parecchi altri parcheggi liberi, non ebbe difficoltà a trovare un “buco” dove lasciare l’auto.

Entrò in sede e si recò nell’ufficio del Geom. Palazzini lamentandosi per l’accaduto, ma questi replicò dicendo che non aveva potuto accedere al proprio posto e che siccome il Rag. Panizza non aveva avuto difficoltà a trovare un altro parcheggio, poteva andare bene così. I due si scambiarono qualche parola di troppo e il Geom. Palazzini, in tono scherzoso, mandò il Rag. Panizza a quel paese.

Quando l’alterco sembrava ormai rientrato, il Rag. Panizza si recò dai due autisti presenti in quel momento in autorimessa e si fece prestare il “carrello sollevatore”, con il quale si recò al proprio posto auto dove era parcheggiata la Renault del Geom. Palazzini.

Sollevò la medesima dalla parte anteriore e con una chiave inglese tolse i bulloni delle due ruote anteriori che appoggiò vicino alle ganasce dei freni; poi tolse il carrello sollevatore, appoggiò la macchina per terra e portò via i bulloni.

Dalle finestre dell’azienda tutti i dipendenti osservavano la scena e si sganasciavano dalle risate cercando di indovinare gli sviluppi futuri.

Anche il Geom. Palazzini, vedendo che la situazione andava degenerando, intervenne in cortile cercando di dissuadere il Rag. Panizza dal proprio intento, ma questi lo aggredì dicendo che lui non era pazzo, che aveva una qualifica superiore, che doveva portargli rispetto e altre cose di questo genere.

Al che il Geom. Palazzini, anche se di grossa corporatura e con un carattere irascibile, decise di non dare corso ad una rissa di fronte a tutti i dipendenti che stavano guardando dalle finestre, ma tornò in ufficio dove denunciò i fatti che stavano accadendo al Segretario Generale, Dott. Mauro Manichino. Di comune accordo, decisero di mettere al corrente di quanto stava avvenendo il Direttore Generale ing. Pierpaolo Tombatutti.

Questi disse al Dott. Manichino di contattare il Panizza per invitarlo a ripristinare immediatamente la funzionalità della Renault  del Palazzini onde evitare provvedimenti disciplinari.

Il Rag. Panizza però, fermo nel suo intento, riconsegnò i dadi  solo alle ore diciassette e il Geom. Palazzini fu costretto a rimontarsi le ruote, tra l’ilarità (nascosta) dei colleghi di lavoro.

Al Rag. Panizza pervenne formale lettera di contestazione di infrazione con invito a giustificare il suo comportamento scorretto nei confronti di un collega.

L’interessato rispose alla lettera adducendo scuse a dir poco puerili, come la volontà di giudicare fatti privati dopo un’ indagine sommaria, il  mancato rispetto di norme contenute nel Regolamento Organico attinenti la scala gerarchica, la scarsa considerazione in cui erano tenuti gli impiegati ed i quadri con una certa anzianità di servizio.

Il Rag. Panizza andò incontro inevitabilmente ad un provvedimento di “censura scritta”, che macchiò in modo indelebile il suo stato di servizio; tra il Rag. Panizza ed il Geom. Palazzini continuò negli anni seguenti una battaglia trasversale, con altri episodi, mai però così gravi, che trovarono il loro culmine nella “lotta al fumo passivo” promossa dal Panizza, contro tutti e in modo particolare contro il Palazzini (guarda caso, accanito fumatore).     

Notte al Night Club

(racconto tratto da “E la storia continua”)

Verso la fine del mese di dicembre i dipendenti erano soliti organizzare una cena per lo scambio degli auguri di Natale. Solitamente dopo si intrattenevano in qualche sala da ballo e, in quella circostanza, tutti cercavano di corteggiare le uniche due zitelle presenti alla cena e qualche ragazza presente in sala: i successi, a memoria d’uomo, sono sempre stati molto scarsi.

Attorno agli anni settanta nella zona erano stati aperti alcuni  night e la curiosità di frequentare per una volta quei luoghi, ritenuti peccaminosi e meta di probabili occasioni di sesso facile,  era salita tra tutti i dipendenti.

Così quell’anno alla cena, dove spesso si bevevano dei  bicchieri di troppo, era seguìta una serata al night club.

Quando i dipendenti arrivarono, il locale era quasi deserto e c’erano più camerieri che frequentatori.

Ben presto arrivarono diverse ballerine in abiti succinti, con minigonne vertiginose e scollature generose; queste ragazze non si facevano pregare nel fare compagnia ai vari gruppi che si erano formati e concedevano anche qualche toccatina, ma quando si cercava di andare oltre, si ritraevano immediatamente dalle grinfie dei bellicosi dipendenti.

Tra l’altro, quasi all’insaputa di tutti, erano comparse tra i tavoli le prime bottiglie di spumante e champagne e in clima di crescente euforia, i brindisi si moltiplicarono (e anche i consumi).

La serata proseguì con uno spettacolo da parte di un prestigiatore, che fece partecipare anche qualche dipendente facendogli sparire il portafoglio o facendogli apparire dalle parti intime dei foulards dai colori sgargianti che suscitarono l’ilarità scomposta degli altri spettatori, mentre in sala si susseguivano gli annunci di una performance erotica femminile, che sarebbe avvenuta di lì a poco.

E intanto il consumo delle bottiglie cresceva.

Finalmente, attorno alle due di notte, le luci si abbassarono e lo speaker annunciò la “favolosa Jenny”  in sala.

Era una ragazza mora con i capelli lunghi, dalle belle gambe affusolate, con un seno prosperoso e pochi abiti addosso.

Questa cominciò a contorcersi come se avesse degli spasmi intestinali, poco per volta si tolse di dosso la sciarpa di seta, i guanti bianchi, il top aderente e la gonna attillata restando in tanga e reggiseno e proprio mentre in sala cresceva la bramosia di vedere continuare lo spogliarello, salutò tutti in una lingua ai più sconosciuta e se ne andò.

A questo punto i dipendenti, che avevano tutti un tasso alcolico molto elevato, fecero per andarsene, ma all’ingresso trovarono un signore dal fare gentilissimo, spalleggiato da due energumeni, che chiese loro se volevano il conto. 

Il Rag. Pianta Giuseppe, che era considerato il  rappresentante ufficiale, si avvicinò al bancone dove si era portato l’uomo che, dopo essersi consultato con un cameriere cominciò a scrivere cifre su una calcolatrice e alla fine disse: “Sono 650.000 lire”. Era una cifra enorme per quei tempi. Basti pensare che il primo stipendio di un impiegato inquadrato in V fascia senza esperienza di lavoro era di 424.000 lire e che la cena in un ristorante quotato costava 11.000 lire a testa.

Subito il Rag. Pianta disse che si trattava sicuramente di un errore, ma il signore gentile consegnò la lista in dettaglio del consumo della sera e pur trattandosi di prezzi per bottiglia molto elevati , effettivamente si era esagerato un po’.

I dipendenti si radunarono a capannello attorno al Rag. Pianta, ognuno con l’intenzione di far fronte almeno in parte al debito accumulato, ma pur racimolando tutto quello che avevano nel portafoglio, non riuscivano ad arrivare alla cifra richiesta.

A quel punto il Rag. Pianta propose di pagare con un suo  assegno di conto corrente.

L’uomo gentile, seppur riluttante, alla fine accettò a condizione che i dipendenti gli consegnassero i documenti che sarebbero stati tutti restituiti dopo la riscossione dell’assegno.

E così avvenne. Il lunedì successivo, dopo avere incassato i contanti, i documenti di identità furono restituiti al Rag. Pianta. A questo punto si passò, non senza polemiche, alla suddivisione del conto in quote proporzionali, senza tenere conto di quanto ognuno aveva effettivamente bevuto.

I dipendenti che avevano partecipato alla serata, in un pellegrinaggio forzato, si recarono nell’ufficio del Rag. Pianta per lasciare la quota di denaro e per riavere il proprio documento.

Quell’anno il Natale fu vissuto da tutti in modo più parsimonioso, ma già dall’anno successivo la consuetudine della cena fu ripristinata, anche se, nei primi anni seguenti all’accaduto, furono evitati i night club.             

Frasi fatte

(racconto tratto da “E la storia continua”)

In azienda molti proverbi o frasi fatte hanno avuto una vasta  eco tra i dipendenti.

La Signora Treventisette, invalida addetta al centralino telefonico, con una percentuale di assenteismo mai inferiore al cinquanta per cento nel corso della sua venticinquennale carriera aziendale, quando si lasciavano porte o finestre aperte era solita ripetere ad alta voce “L’aria di fessura porta l’uomo alla sepoltura” e, i presenti, gli uomini in modo particolare, si toccavano immediatamente le “parti basse” per scongiurare il maleficio.

In occasione di una riunione sindacale aperta a tutti i dipendenti nella quale, tra le altre cose, si promuoveva una raccolta di fondi per aiutare un dipendente in gravi difficoltà economiche, la Sig.ra Treventisette nell’intento di convincere la Sig.ra Melassa sulla validità dell’iniziativa disse “La vita è un boomerang” e poi in dialetto napoletano “Oi Marinè”, come per sottolineare che sarebbe potuto accadere a chiunque di trovarsi in difficoltà.

La frase fu recepita immediatamente dai dipendenti e da allora  usata ogni qualvolta si doveva ammonire qualcuno.

Il Direttore Generale Ing. Tombatutto si era fatto fare un manifesto che aveva esposto in archivio  con la scritta “Prima di parlare accertarsi che il cervello sia inserito”, chiaro monito per i propri dipendenti ad essere presenti “con la testa”.

L’Ing. Tombatutto inoltre, chiedeva sempre i motivi delle assenze del personale ed era solito ricordare in dialetto piemontese “ Il Lunedì e il Venerdì sono giornate a rischio”, nel senso che erano giornate molto appetibili per usufruire di giornate di malattia o di assenza dal lavoro.

La Sig.ra di Carta, solitamente molto riservata e pudica, stupì  un giorno il proprio Capoufficio Rag. Bergoglio, che stava cantando la canzone “Balla Linda” affermando che il titolo poteva anche tradursi in “Sporco coglione”.

Il Dott. Manichino riferendosi ai propri collaboratori che commentavano le prolungate assenze per malattia della Sig.ra Treventisette disse: “E’ una scheggia impazzita”.

In un’altra circostanza, per invitare i propri collaboratori a lavorare in modo esclusivo per un progetto a lui assegnato disse: “Mollate il mollabile”, riferito ovviamente ai lavori che potevano essere momentaneamente accantonati, ma, i suoi collaboratori, da quel momento usarono quella frase quando si recavano in bagno per espletare bisogni fisiologici. 

Anche il Sig. Michelino, autista e commesso di chiare origine venete con la propensione a parlare in modo piuttosto sboccato, volle un giorno stupire il proprio capoufficio Rag. Bergoglio con un proverbio veneto “Non va lungo che furi, non va grosso che turi, ma va duro che duri” riferendosi ovviamente all’organo maschile. 

Ma la frase più celebre di tutte fu quella pronunciata alla Vigilia del Natale ’95 dal Sig. Michelino rivolgendosi sempre al Rag. Bergoglio.

Alludendo all’imminente festività natalizia chiese se aveva intenzione di “Butè al bambin an tla teppa” ovvero mettere il bambino nella grotta.

Spiegò quindi che il bambino era riferito all’organo maschile mentre la grotta era riferita all’organo femminile: l’affermazione era resa più pesante dal fatto che il giorno dopo era Natale.

Lo sparo

(racconto tratto da “E la storia continua”)

L’azienda poteva disporre, nei periodi di massimo splendore, di ben cinque autisti e di tre fattorini commessi. Il lavoro degli autisti consisteva nel riparare le automobili e nel restare a disposizione dei geometri per gli spostamenti in macchina. I tre fattorini commessi si alternavano nell’esecuzione delle commissioni, in posta o in banca.

In quegli anni l’azienda provvedeva direttamente agli incassi delle somme dovute a mezzo di apposita “Cassa Consorziale”; di conseguenza le operazioni con le banche erano moltissime e il flusso di denaro sia in entrata che in uscita era considerevole.

Nel corso degli anni si era verificata solo una rapina ai danni dell’azienda e i malviventi avevano fatto uso delle armi solo per spaventare gli impiegati.

I fattorini commessi erano soliti restare seduti sui puff posti  all’ingresso dell’azienda, per evitare che persone malintenzionate si introducessero negli uffici e per controllare (su un quadro che illuminava dei numeri a cui corrispondeva un ufficio) quali uffici avessero bisogno dei loro servizi.

Il Geometra Centofanti era il Capo dell’ufficio Tecnico e nel corso della sua luminosa carriera, essendo una persona rispettabilissima, era addirittura stato nominato Senatore della Repubblica Italiana per il Partito Comunista Italiano; aveva una voce molto roca, a causa del fumo, era corpulento, sempre molto elegante e dotato di un carattere bonario e allegro ed era solito fermarsi all’ingresso a chiacchierare con i commessi.

Quel giorno il Geometra Centofanti, che in qualità di ex senatore aveva regolare porto d’armi, appoggiato al tavolo dell’ingresso stava mostrando al fattorino, Signor Ivaldi Marino, la propria pistola ritenendo che fosse scarica.

Ma improvvisamente dalla pistola partì una pallottola, che con grande fragore sfiorò la testa del fattorino, andando a conficcarsi nel muro dell’ingresso.

Gli impiegati presenti quel giorno si recarono prontamente all’ingresso per cercare di capire cos’era successo e il Geometra Centofanti, sollevato dal fatto che nulla di drammatico fosse accaduto, disse in dialetto piemontese, cercando di rasserenare gli animi:

“Marino, se accidentalmente ti avessi ucciso, mi sarei immediatamente sparato anch’io”.

Unghie

racconto tratto da “E la storia continua”

Era una giornata caldissima del mese di agosto. Negli uffici la presenza di impiegati era intorno al quindici per cento in quanto i responsabili del settore tecnico erano fuori sede e la maggiore parte degli impiegati era in vacanza, essendo agosto il mese più ambito per usufruire delle ferie,

Il palazzo della sede centrale, essendo antico, aveva muri molto spessi: per questo anche in estate, gli uffici conservavano una piacevole frescura che ne rendeva gradevole la permanenza. Inoltre, essendo le presenze molto limitate, in quel periodo dell’anno si poteva contare su una “elasticità di orario” che non trovava riscontro in nessun altro periodo dell’anno; da ultimo, anche l’attività lavorativa era pressochè azzerata.

Il Direttore Generale, che non doveva rendere conto a nessuno del proprio orario, faceva sporadiche apparizioni, il più delle volte per apporre la firma su mandati di pagamento o sulla corrispondenza da inviare e per leggere la posta che arrivava all’Ente.

Quel giorno il Direttore Generale arrivò in sede alle sedici  e convocò l’unico presente  dell’ufficio Archivio, il Sig. Mario Pisello,  per il disbrigo della corrispondenza; operazione che fu espletata nel giro di pochi minuti.

Poi il Direttore Generale attraversando tutto il corridoio, si recò in bagno con il giornale.

Seduto sul water con il giornale spalancato fu incuriosito da un insolito rumore ritmico: tac, tac, tac, tac, tac, intervallato da silenzi di circa cinque secondi.

Si riassettò in fretta e, con le orecchie rizzate cercò di cogliere la provenienza del rumore; come un rabdomante, si diresse verso l’ufficio contabilità.

Origliando dalla porta constatò che il rumore proveniva effettivamente da lì e con fare ardito spalancò la porta.

Con suo enorme stupore vide il Ragionier Melchiorri con i pantaloni tirati su fino al ginocchio, privo di scarpe e calze, con i piedi appoggiati alla scrivania, che si stava tagliando le unghie dei piedi con un tronchesino.

Scosse la testa in segno di profonda disapprovazione e senza dire una parola se ne andò sconsolato.   

Non vi furono provvedimenti di alcun genere e l’episodio fu presto dimenticato.

Il bambino

(racconto tratto da “E la storia continua”)

 All’interno dell’azienda, già fin dalla sua costituzione nel lontano 1853, si era manifestata e poi radicata una grande rivalità tra il reparto tecnico, composto dai geometri che si occupavano dei progetti e delle manutenzioni e il reparto amministrativo, composto dai ragionieri che svolgevano mansioni di contabilità e   segreteria.

Essendo il posto di direttore generale occupato in prevalenza da un ingegnere, che aveva competenze specifiche solo nel ramo tecnico, ed aveva quindi, in ultima analisi, il potere di decidere promozioni, gratifiche ed altri privilegi, tutto questo  settore era stato, nel corso degli anni, sempre privilegiato rispetto a quello amministrativo.

Quasi tutti i geometri erano inquadrati come dirigenti ad personam, pur non essendo laureati; in più, potevano vantare tutta una serie di privilegi: basti pensare al fatto che tutti disponevano di un autista personale, di  un’autovettura aziendale, dei parcheggi migliori nel cortile dell’azienda e, cosa che maggiormente disturbava i colleghi dell’amministrazione, di pasti di mezzogiorno pagati.

E si racconta di abbuffate a base di bolliti, selvaggina, fritto misto, funghi, rane, lumache, polenta e ogni altro ben di Dio che potesse dispensare la locale cucina piemontese.

Ovviamente tale privilegio portava una serie di svantaggi, soprattutto di natura fisica, che colpivano in modo particolare stomaco e intestino: l’obesità era il nemico più subdolo, accompagnato da stitichezza, emorroidi, ragadi, scariche intestinali, appendiciti infiammate, aerofagismo cronico e dolori addominali.

Un giorno l’archivista Mario Pisello si recò in bagno per espletare i propri bisogni fisiologici e vide sulla turca, ancora fumante, quello che in apparenza poteva sembrare un bambino di colore nero, capovolto: nella realtà era un escremento di dimensioni notevolissime, molto compatto che, aveva una specie di testa, un ammasso notevole che poteva assomigliare ad un corpo umano e due piccole protuberanze che fungevano da piedini. Colui che aveva “partorito” siffatta creatura non si era preoccupato di eliminarla con lo sciacquone.

Lo stupore fu enorme e nel giro di pochi minuti tutti i presenti quel giorno in ufficio, probabilmente anche il partoriente, si recarono in bagno e restarono sorpresi alla vista della “massa” presente nella turca.

Fecero a gara per cercare di stimarne approssimativamente il peso, e, siccome non potevano toccarlo con le mani, si partiva da una quotazione minima di un chilo e mezzo fino a giungere al record assoluto di sei chili.

Si aprì una specie di caccia al “partoriente” e le ipotesi si indirizzarono immediatamente sui pochi “tecnici” presenti in ufficio; in modo particolare tutti gli indizi portavano al Geometra Lorio che  vantava un peso di circa 100 chili e una corporatura massiccia.

Era inoltre un impiegato con una forte personalità e con un modo di fare burbero.

Grazie a queste sue “doti naturali” il Geometra Lorio, a detta degli insinuatori, non si era preoccupato di fare sparire il corpo del reato.

Il “bambino” fu poi rimosso con grande fatica dall’addetto alle pulizie Signor Tarricone che dovette procedere alla scomposizione del corpo (quasi un’autopsia) con diversi getti d’acqua.

Nei giorni seguenti  molti impiegati si recarono in bagno per accertare se il fenomeno si fosse ripetuto, ma non si verificarono più avvistamenti . . . . . . . . . . . .   probabilmente per il clamore suscitato dall’episodio.

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